Provo a replicare ad alcune sollecitazioni offerte dall’articolo Antispecismo per far cessare ogni ingiustizia, pubblicato sul numero 11 di Umanità Nova, perché ritengo doveroso chiarire alcuni aspetti. Nel preannunciare sin da ora che non interverrò ulteriormente, mi auguro che il dibattito possa proseguire con il contributo di altri compagni o lettori di questo giornale.
Quello che sembra sfuggire all’antispecismo è che la complessità umana, pur non essendo la sola complessità nel vivente, è comunque la nostra e da questo non si può prescindere.
Ancora una volta, porre sullo stesso piano il riconoscimento delle diverse culture umane e quello delle differenti peculiarità di specie è un’operazione che trovo sostanzialmente forzata se non addirittura ideologica. La capacità che abbiamo noi di esperire le differenze di specie rientra nella nostra più complessiva facoltà di giudizio e di valutazione. Non ho mai sostenuto che la prerogativa cognitiva umana sia il criterio esclusivo del valore morale perché nella complessità dell’essere umano ho chiaramente inserito (e non potrebbe essere altrimenti) tutto il bagaglio emotivo, relazionale e culturale grazie al quale riconosciamo i nostri simili.
Concordo sul fatto che, partendo dalla constatazione che le differenze esistano, il lavoro progressista debba essere finalizzato a distruggere la presunta validità dei motivi che stanno alla base delle discriminazioni fondate su quelle differenze. Questa tensione etica è talmente ragionevole e condivisibile che, a parer mio, può osare qualcosa di più: la distruzione delle differenze stesse, laddove possibile. E quando è possibile? Per come la vedo io, la distruzione delle differenze (intese come discriminazioni) ha pienamente senso solo se parliamo di esseri umani. E questo per me non è negoziabile, in alcun modo. Al contrario, anche volendo estendere la nostra sfera di riconoscimento morale ad altre specie viventi, ci troveremmo sempre di fronte a un confine invalicabile costituito dalla stessa umanità ovvero la comunità di esseri umani che si riconoscono in ciò che sono.
A ben vedere, dunque, nazionalismo, razzismo e sessismo sono criteri discriminatori che solo uno sguardo superficiale può giustificare sulla base di reali differenze ma sappiamo bene, invece, che si tratta solo di approcci pretestuosi facilmente confutabili sulla base di tantissime considerazioni: biologiche, politiche e soprattutto etiche. Una volta demolite le presunte differenze tra esseri umani, quella che rimane intatta è proprio l’umanità.
È lì che ogni analogia con lo “specismo” mostra tutti i suoi limiti. Se cambiamo i soggetti delle nostre discussioni è assolutamente logico cambiare il tipo di approccio perché, molto banalmente, si tratta di comprendere cosa può essere messo a paragone e cosa no. A scuola, quando ci veniva insegnata la matematica, si utilizzava spesso la classica espressione: «Le mele con le mele, le pere con le pere» proprio per evidenziare la necessità di ragionare su grandezze comparabili o, in termini filosofici, su entità o categorie logicamente compatibili.
Mi ha fatto davvero impressione leggere su un giornale anarchico che la critica al capitalismo equivale a usarlo come un «parafulmine» visto che l’origine dei problemi radicali andrebbe cercata altrove.
Lungi dallo sposare acriticamente una visione marxista delle dinamiche sociali ed economiche, io sono fermamente convinto che il capitalismo costituisca un grosso ostacolo all’emancipazione dell’umanità dalla schiavitù, dalle disuguaglianze, dal dominio. Allo stesso tempo, scaricare sugli individui-consumatori il fardello delle responsabilità di questo sistema devastante e pervasivo mi sembra un’operazione, questa sì, davvero pericolosa. Certo, ognuno di noi può e deve fare il possibile per essere coerente con il proprio sentire e con le proprie convinzioni, purché si riconosca che non sempre è facile, specialmente quando ci si trova in condizioni di estremo ricatto o bisogno.
Proprio a causa del capitalismo (che sarà pure un «sintomo», ma di quelli davvero gravi), miliardi di individui nel mondo non hanno scelta, sotto molti punti di vista, e scommetto che moltissime persone, poste davanti alla possibilità di nutrirsi di più e meglio non esiterebbero un attimo davanti all’opportunità di mangiarsi una bistecca.
Potrei sbagliarmi, ma in un sistema capitalista il vero privilegio sta proprio nella libertà di rinunciare a quella bistecca. Altroché.
Io posso anche assumermi la mia quota di responsabilità (o complicità, direbbe qualcuno) nel mantenere il sistema capitalista nel momento in cui decido di andare a fare la spesa, ma mi aspetto che lo facciano anche gli altri. Se andare al supermercato e comprare la cotoletta è un atto controrivoluzionario, ritengo che recarsi allo stesso supermercato per comprare una confezione di tofu sia altrettanto discutibile. Finché tutti quanti non disertiamo, completamente o almeno parzialmente, gli ingranaggi del capitalismo per rivoluzionare le nostre vite a partire da un’economia autogestionaria e liberata, difficilmente potremo impartire lezioni di coerenza e integrità.
Io non so se «una volta abbattuto il profitto e socializzati i mezzi di produzione, l’essere umano potrà finalmente risvegliarsi in una realtà fatta di autodeterminazione, libertà, uguaglianza». Nel dubbio, da anarchico, mi impegno proprio in tal senso o, quanto meno, mi pongo il problema non solo del consumo, ma anche delle modalità strutturali di produzione e distribuzione dei beni essenziali per la vita di tutti. Da anarchico, quindi, mi pongo necessariamente il problema della trasformazione sociale al fine di smantellare il capitalismo e i suoi effetti distruttivi.
Ammesso e non concesso che io sia sordo o cieco di fronte alle istanze degli animali, rimango comunque perplesso rispetto al riconoscimento di un’etica all’interno del regno animale. Se questa esiste, non è certamente l’etica umana. Moltissime specie si fondano su gerarchia, competizione, predazione. Come potremmo dare voce o statuto morale a comportamenti senz’altro naturali che confliggono, però, con i nostri princìpi?
In natura, il “dominio” tra le specie esiste, e senza un intervento da parte nostra sulla natura l’essere umano si sarebbe estinto già da tempo.
Confesso comunque di essere un po’ spiazzato. Nel corso dell’articolo si contesta, giustamente, la validità della biologia come unico criterio per la valutazione morale. Nel contempo, però, si esaltano le straordinarie capacità biologiche di alcune specie (il sonar dei delfini o l’intelligenza del polpo, ecc.) e si sottolinea quanto la nostra capacità empatica sia biologicamente determinata dai nostri neuroni-specchio.
Da parte mia, non posso che ribadire il concetto che la complessità dell’essere umano non può e non deve ridursi a considerazioni di tipo esclusivamente biologico perché, così facendo, si rischia di prendere delle enormi cantonate.
Tra queste, evocare con un certo rimpianto una mitica età dell’oro in cui «avevamo piena contezza dell’ambiente in cui ci muovevamo in un rapporto armonico sia con la natura che con le sue nostre [sic] stesse necessità psico-fisiche, esattamente come ogni altro essere vivente» senza che fosse «necessario inventare leggi, gerarchie, dominio, economia, competizione» è un errore grossolano che non tiene conto del più recente dibattito antropologico (anche di segno libertario) che ha ormai superato la vecchia idea secondo la quale le gerarchie siano state un’inevitabile conseguenza della nascita dell’agricoltura, della stanzialità o delle grandi civiltà. Nell’evoluzione umana (che è stata molto meno lineare e molto più sperimentale di quanto si pensi), diverse culture hanno calibrato il rapporto tra esseri umani e animali in molte maniere differenti, spesso divinizzandoli o considerandoli “persone non umane” di cui servirsi, magari con tante scuse e tante preghiere, per il sostentamento e la vita. In fin dei conti, anche l’ancestrale armonia tra esseri umani e natura non è mai stata del tutto esente da una inevitabile asimmetria di interessi.
Il metro adeguato per l’applicazione delle nostre linee etiche e morali non è dato dalle capacità che hanno gli individui di metterle in pratica, ma dalla composizione della comunità morale cui facciamo riferimento. Qualunque paragone, senz’altro paradossale, tra animali alla mercé del dominio umano e persone con gravi deficit cognitivi che, in quanto tali, rischierebbero di essere esclusi da quelle stesse linee etiche, è per me irricevibile. Piuttosto, sarebbe bene ricordare che, con un esempio del genere, fu proprio Peter Singer – uno dei massimi teorici dell’antispecismo – a sostenere che, in situazioni estreme, l’interesse di un animale sano prevarrebbe su quello di un essere umano in stato vegetativo.
In definitiva, io penso che da un punto di vista morale, l’approccio antispecista sconti una tendenza all’astrazione che mal si concilia con l’idea stessa di morale. Non si tratta, ripeto, di sancire la superiorità degli esseri umani ma di riconoscerne l’unicità. La morale è umana perché è un fatto squisitamente umano, si plasma sull’esperienza umana, trova conferma nella nostra umanità. Se provassimo a eliminare del tutto il punto di vista umano per essere “imparziali” nell’approccio con tutti i viventi, finiremmo per distruggere la morale stessa.
Mi spiace deludere il mio interlocutore, ma ribadisco che è possibile lottare, ad esempio, contro gli allevamenti intensivi pur senza condividere l’impianto teorico dell’antispecismo.
Le motivazioni di questa lotta si possono trovare nella critica al capitalismo, nella valutazione delle risorse che vengono sprecate per il mantenimento di un certo tipo di economia, nella constatazione che non ha senso sacrificare milioni di animali quando se ne potrebbe fare a meno, nell’orrore che si prova per la sofferenza inflitta negli allevamenti intensivi. E questo orrore può tranquillamente prescindere da una prospettiva antispecista.
Tali valutazioni partono da una prospettiva morale che è umana e che sarà comunque sempre orientata al soddisfacimento primario degli interessi umani. Da un punto di vista anarchico, soddisfare gli interessi umani significa porre, ancora una volta, la questione della rivoluzione per abbattere lo sfruttamento economico e il dominio politico in vista di una vera emancipazione sociale.
Quando si parla di coerenza si entra in un territorio molto accidentato in cui è facile usare il giudizio morale come un oggetto contundente. Il problema è che questa coerenza, se non viene maneggiata con una certa cautela e una buona dose di umiltà, rischia di diventare un boomerang.
Quando dico che è insostenibile l’equiparazione tra lo “specismo” e le discriminazioni tra umani come il razzismo e il sessismo, penso immediatamente alla nostra militanza e a quello che facciamo ogni giorno.
Per quanto mi riguarda, non potrei mai condividere lo stesso ambito organizzativo con chi propugna il razzismo o il sessismo. Con certa gente riuscirei a stento a prendermi anche solo un caffè al bar, figuriamoci farci politica assieme. Eppure, ormai da anni, nei nostri gruppi, nei nostri collettivi, nelle nostre organizzazioni, gli antispecisti attraversano gli stessi spazi, costruiscono le iniziative comuni, sono parte integrante del movimento, siedono a tavola – gomito a gomito – con compagne e compagni che mangiano il ragù nelle pause pranzo tra un’assemblea e l’altra.
Come ci riescono? Delle due l’una: o gli antispecisti hanno una stoica capacità di tollerare l’intollerabile (con buona pace della tanto agognata coerenza), oppure anche loro – nel profondo del loro cuore – sono consapevoli che, al netto di tutto, uno “specista” non potrà mai essere considerato alla stessa stregua di un razzista. Risulta pertanto evidente che ogni analogia tra lo specismo e tutte le forme di discriminazione umana è il frutto di un’operazione molto debole non solo nei suoi presupposti teorici ma anche nelle sue ricadute pratiche.
«Che tipo di anarchia vogliamo, rappresentiamo e costruiamo?». Una domanda non da poco alla quale cercherò di rispondere. Innanzitutto, nella mia idea di anarchia è profondamente radicato il senso del rispetto reciproco e del riconoscimento delle altrui posizioni (purché ovviamente compatibili con dei valori minimi di riferimento).
Ho trovato davvero infelice l’incipit utilizzato nell’articolo in risposta al mio intervento che viene descritto come un «esempio quasi perfetto di una retorica che si presenta con voce pacata, si professa aperta al cambiamento, riconosce il valore delle critiche altrui, e poi, con eleganza, rimette tutto al suo posto. Qualcuno la potrebbe definire retorica reazionaria e non a torto».
La qualifica di “reazionario” è molto grave e, solitamente, andrebbe riservata agli avversari politici, non ai compagni. Ciononostante, ho preferito rispondere nel merito di alcune questioni perché le ho trovate comunque interessanti e perché mi sta molto più a cuore un dibattito franco e aperto rispetto alla tentazione di rispondere in maniera scomposta a un insulto del tutto estraneo alla più elementare grammatica libertaria.
D’altronde un giudizio così sprezzante racconta molto di un’attitudine ancora assai diffusa in certi ambienti. In ogni caso, continuerò a fare tesoro degli spunti etici e politici offerti dall’antispecismo, nonostante alcuni antispecisti.
Che anarchia vogliamo, dunque? Il discorso è molto, troppo lungo.
Io penso che l’anarchia la faranno gli oppressi che sapranno organizzarsi. Se per esempio, da qualche parte nel mondo, dieci, cento o mille comunità – grandi o piccole – di pescatori o allevatori vorranno continuare a pescare o ad allevare al di fuori di ogni logica capitalistica o di dominio politico, quella sarà senz’altro la loro anarchia.
Per come la vedo io, pur correndo il rischio di sembrare anacronistico, vado sul sicuro e cito Errico Malatesta, anche perché non mi pare che ci sia niente di meglio del volere per tutti «pane, libertà, amore, scienza».
Se poi, nella costruzione del comunismo libertario, qualcuno vorrà mettere del salame in mezzo a quel pane, non sarò di certo io a redarguirlo.
Alberto La Via